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Intervista a Marco Marsullo autore de “I miei genitori non hanno figli” , di Fabrizia Giancotti

Cerchiamo spesso di evadere dal mondo che ci circonda cercando di sperimentare chissà cosa e chissà come.

A volte basterebbe semplicemente girarci verso il nostro comodino e prendere quel libro impolverato che aspetta da tanto di essere accarezzato.

Un buon libro riesce a immergere il lettore in avventure estreme, storie d’amore struggenti e a farlo affezionare a quel personaggio timido o sfacciato che sia.

Marco Marsullo, scrittore italiano nato a Napoli il 6 febbraio 1985, riesce con grande semplicità a sradicare il lettore dalla sua quotidianità, accogliendolo nel mondo da lui narrato.

 

“Quali sono stati i momenti più importanti della sua vita? E in che modo questi hanno influenzato la sua carriera?”

 

Che domanda enorme. Non saprei bene come rispondere, in verità.

I momenti importanti della vita di un essere umano posso essere talmente tanti da perderne il conto, oppure, in un’altra analisi, possono contarsi sulle dita di una mano. I dolori di sicuro hanno influenzato la mia carriera di autore. Perché, anche se non lo capisci appieno mentre ti capitano, ti restano dentro e ti formano. Ma io credo anche le grandi felicità. Un fattore che ha influenzato molto la mia attività di scrittore è stata, per esempio, la fantasia che è derivata dagli anni del liceo. Passati a fare idiozie con i miei migliori amici, di cui sono tutt’ora amico, a testimonianza che qualcosa del passato ha davvero influenzato il mio presente.

 

 

“Quali autori sente più vicini alla sua sensibilità? Ed esiste un libro che avuto particolare influenza  nella sua vita?”

 

“Branchie” di Niccolò Ammaniti è il libro che mi ha fatto desiderare di fare lo scrittore. È il romanzo più incompleto e, probabilmente, meno bello di Ammaniti. Almeno da quello che ho sempre sentito in giro. Ma io l’ho amato visceralmente e, averlo letto, ha cambiato qualcosa in me, mi ha fatto scattare l’interruttore. Mi ha acceso il desiderio di raccontare le storie, che è la cosa più importante di tutte per uno che fa il mio mestiere.

 

“Si riconosce nei suoi personaggi e pensa che essi siano emblematici della nostra epoca?”

 

Certo, mi ci riconosco il giusto. Non amo colorare i personaggi con i miei tratti principali, ma in tanti di loro ci sono mie manie, miei tic, caratteristiche del nostro tempo, comuni un po’ a tutti, credo. Se siano emblematici o no non spetta a me dirlo, spero di sì, ma non è neanche una delle mie preoccupazioni principali. Quando scrivo mi diverto e mi diverte raccontare.

 

Un suo libro che ho letto e che mi ha colpito molto è stato “ I miei genitori non hanno figli”. Cosa suggerirebbe ad un giovane che desidera inseguire i suoi sogni? ( O ritiene più saggio non dare consigli? ).”

 

Grazie per la lettura, innanzitutto. Ai giovani (che poi io ho trentuno anni, sono ancora giovane!) più che un consiglio, consegno una preghiera: siate curiosi. Lo auguro ancora a me, ogni giorno, con tutto il mio cuore. Viaggiate, parlate, fermate le donne, o gli uomini, che vi piacciono ai banconi dei pub, non solo su internet. Scrivete lettere d’amore. E provate a fare ciò che amate, anche se è difficilissimo o quasi impossibile. Una pubblicità di un marchio sportivo famoso diceva che impossibile è solo un’opinione. Io ci credo molto. Ci vuole coraggio. Questo, forse, è il consiglio più grande che posso dare dopo essere entrato nei trenta. Avere coraggio.

di Fabrizia Giancotti

 

 

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